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Niente multiculturalismo d’accatto, Solo una laicità senza eccezioni ci salverà

venerdì 3 giugno 2016, di siawi3

Source: http://27esimaora.corriere.it/articolo/niente-multiculturalismo-daccattosolo-una-laicita-senza-eccezioni-ci-salvera/?refresh_ce-cp

09.05. 2016

di Cinzia Sciuto *

Sovente nel dibattito pubblico, quando si parla di sottomissione della donna in relazione a determinate culture (o anche, per fare un altro esempio, di terrorismo di matrice islamica), si aggiunge: sì, ma si tratta di tradizioni culturali, la religione non c’entra. Da un punto di vista laico (che non è sinonimo di non credente, ma significa semplicemente assumere un punto di vista autonomo e indipendente dal contenuto delle fedi), è un’affermazione piuttosto curiosa. Cosa sono infatti le religioni se non parte integrante della cultura? Separare ciò che fa capo alle religioni da ciò che invece sarebbe legato «solo» alla cultura è impresa ardua. La mentalità maschilista e patriarcale dell’Italia degli anni Cinquanta (ma purtroppo ancora largamente diffusa nel nostro paese) ha o non ha anche a che fare con la religione cattolica e con il posto che la donna vi occupa? Certo, sono possibili anche letture alternative e per così dire «femministe» della Bibbia, ma non si può negare che il cattolicesimo dominante andava, e continua ad andare, a braccetto con sessismo, patriarcato, omofobia eccetera.

È parzialmente vero, dunque, che il «nemico» del femminismo e dell’emancipazione delle donne non sono le religioni in sé, ma il patriarcato. E però il patriarcato si combina poi con i diversi elementi culturali, e dunque anche religiosi. E va combattuto nelle sue forme concrete e contingenti, non in una formula astratta. Se il patriarcato oggi va anche a braccetto con l’islam, almeno nella sua forma più diffusa, così come va a braccetto con il cattolicesimo mainstream, va combattuto senza reticenze, puntando il dito anche verso quegli aspetti delle religioni che lo alimentano e giustificano.

Le religioni sono quelle che sono, ossia quelle che si danno storicamente, quelle che vengono praticate, non quelle che vorremmo che fossero. Anche a me piacerebbe che il cattolicesimo fosse soprattutto quello di don Farinella, padre Zanotelli, padre Enzo Bianchi eccetera, ma dobbiamo rassegnarci: il cattolicesimo oggi in Italia è ancora quello di Bagnasco (nonostante Francesco). Così come il cattolicesimo del Medioevo era il cattolicesimo dell’Inquisizione e non si può liquidare la questione semplicemente affermando che quello non era il «vero» cattolicesimo. O meglio, è legittimo che questo lo dica un fedele che vuole rivendicare la purezza della sua fede rispetto alle eventuali manipolazioni del potere, ma da un punto di vista sociale e politico quel che conta è il modo in cui la fede viene praticata qui e ora e la versione più o meno «ufficiale» che ne forniscono le sue principali rappresentanze istituzionali.

Le religioni sono dei sistemi di credenze e riti esattamente come molti altri sistemi di credenze e riti, culturali, politici, sociali, ideologici. Eppure nelle nostre società esse godono di uno statuto particolare, che consente loro privilegi che non sarebbero tollerati per nessun altro sistema di credenze. Cosa penseremmo di una famiglia di convinti comunisti che mandasse il figlio di 7-8 anni una volta a settimana a un corso di formazione politica? Probabilmente chiameremmo gli assistenti sociali per abuso su minore. Eppure nessuno si scandalizza se centinaia di migliaia di bambini nei paesi cattolici, come l’Italia, frequentano il catechismo, che è appunto un corso di formazione ideologica, in questo caso religiosa, a un’età in cui certo non si è in grado di compiere delle scelte pienamente consapevoli. (E accade persino che nei piccoli centri le scuole pubbliche forniscano al parroco gli elenchi degli alunni delle terze elementari, in modo che il parroco abbia sott’occhio chi frequenta il catechismo e chi no. Una di quelle cose che, se anziché riguardare la Chiesa riguardasse qualunque altra associazione, farebbe scattare, giustamente, l’indignazione generale). Tutti gli altri sistemi di credenze nelle nostre società sono stati desacralizzati mentre alla religione continuiamo ad attribuire – sebbene per fortuna in grado sempre minore – un valore in sé superiore. Non c’è dibattito in cui non debba essere invitato anche un prete (in quanto tale, non in quanto esperto del tema), perché, si sa, il punto di vista della Chiesa è importante su qualunque aspetto della vita personale, politica e sociale. E oggi sempre più anche un imam, per essere politicamente corretti.

Eppure la nostra società disomogenea dovrebbe ormai averci fatto capire che le religioni sono sistemi di credenze sui quali, insieme ad altri, ciascun individuo costruisce la propria vita ma che non possono più godere di uno status privilegiato, se non si vuole andare incontro a contraddizioni insanabili e a veri e propri paradossi.

La geniale invenzione di Bobby Henderson lo dimostra. Henderson è il fondatore del pastafarianesimo, una religione il cui Dio è molto somigliante a degli spaghetti volanti e il cui simbolo religioso è uno scolapasta. In una lettera al Kansas State Board of Education – che aveva deciso di inserire il creazionismo nei programmi scolastici accanto alla teoria dell’evoluzione – Henderson sostenne che la sua teoria su come il prodigioso Spaghetto volante fosse intervenuto sull’evoluzione del mondo e dell’uomo era altrettanto valida di quella del disegno intelligente e chiese che venisse inserita nei programmi scolastici. L’intuizione di Henderson ha avuto un inaspettato successo e le sedi del pastafarianesimo si sono diffuse in tutto il mondo. I suoi adepti spesso portano avanti delle battaglie affinché la loro religione venga ufficialmente riconosciuta, facendo leva proprio sullo status privilegiato di cui le religioni godono in molti Stati. Per esempio: molti paesi non ammettono nelle foto identificative dei documenti copricapi di nessun genere, eccetto che per motivi religiosi. E così la pastafariana americana Lindsay Miller, ha ottenuto il permesso da parte della motorizzazione del Massachussets di farsi fotografare con uno scolapasta in testa sulla patente. Chi decide infatti cosa è simbolo religioso e cosa no?

L’esempio del pastafarianesimo può far sorridere, ma la realtà di molte religioni – con il loro corredo di simboli e riti spesso molto discutibili – non è poi così lontana da questa. E, se le nostre democrazie non si decidono ad assumere un punto di vista radicalmente laico, i paradossi – che potrebbero anche essere tragici – sono destinati ad aumentare. Gli induisti sono oggi una piccola comunità in Occidente, ma se un giorno il loro numero aumentasse e pretendessero l’adozione del sistema delle caste perché così vuole la loro religione, che si fa? E ancora più radicalmente: possiamo permetterci che, per rispetto della loro religione, gli induisti in Europa replichino anche solo all’interno della loro se pur piccola comunità il sistema delle caste? E di esempi di Testimoni di Geova che rifiutano trasfusioni di sangue per sé (che è legittimo) e per i figli (che è invece inaccettabile) ne abbiamo avuti molti.

In molti paesi europei è previsto l’insegnamento di una o più religioni nella scuola pubblica. Anche in questo caso si tratta di uno status privilegiato assegnato alle religioni rispetto ad altri sistemi di credenze, come le «fedi» politiche, che non sono considerate – giustamente in uno Stato pluralistico – titolate a essere insegnate nelle scuole pubbliche (altra cosa è l’insegnamento critico della storia delle dottrine politiche). Ma allora, perché le religioni sì? Le nostre società disomogenee stanno già sperimentando da qualche tempo i paradossi a cui questo porta. Mano a mano che le comunità di fedi diverse da quelle prevalenti nello Stato crescono, iniziano a pretendere che anche la loro religione venga insegnata nelle scuole pubbliche. E, dato che non esiste più una religione di Stato, ovviamente non esiste argomento ammissibile per rifiutare queste richieste. Ma il limite dove lo mettiamo? Chi stabilisce quante e quali religioni possano/debbano essere insegnate nelle scuole pubbliche? E che argomento abbiamo contro i pastafariani che volessero la loro ora di religione e magari pretendessero pure di partecipare alla spartizione della torta dell’8 per mille? Il paradosso è evidente ed è evidente anche come l’unico strumento che le società democratiche liberali hanno per garantire una vera libertà religiosa – che è da garantire a tutti e a ciascuno, non solo alle comunità religiose più numerose e rumorose – è quello di bandire l’insegnamento di qualsivoglia religione in quanto confessione dalle scuole pubbliche, per fare spazio magari finalmente a un insegnamento scientifico-critico di Storia delle religioni (e qui le ragioni storico-scientifiche per escludere il pastafarianesimo sarebbero invece molte, vista la sua completa irrilevanza per la storia dell’umanità).

Cosa c’entra tutto questo con il femminismo? C’entra, eccome. Perché così come il femminismo non può non essere antirazzista, esso non può non essere laico: se il faro è l’autonomia delle singole persone, questa viene prima di qualunque «autorità», anche quella religiosa. Chiudere gli occhi oggi di fronte alle frequenti e diffuse violazioni dei diritti e delle libertà delle donne all’interno delle famiglie musulmane in Occidente in nome del «rispetto» per altre culture, per esempio, equivale a chi chiudeva gli occhi di fronte a simili violazioni della libertà delle donne negli anni Cinquanta e Sessanta in Italia in nome del rispetto dell’autonomia di ogni famiglia, o magari anche della tradizione cattolica. All’epoca le femministe dicevano giustamente che il privato è politico, perché non dovrebbe più essere così? Perché il privato di una donna musulmana in Italia, in Germania o in Francia non deve essere politico – ossia riguardare tutte, e tutti, noi – esattamente come le nostre madri rivendicavano il loro privato come politico?

Per essere all’altezza delle sfide del terzo millennio la lotta femminista deve tornare ad avere come unico faro l’emancipazione delle donne, di tutte e di ciascuna. Il movimento femminista ha già conosciuto nella sua storia vari tentativi di subordinare la causa femminista ad altre presentate come più «universali», ma non ci è cascato. Evitiamo che lo faccia oggi.

Questo articolo è un capitolo del Manifesto per un femminismo laico e illuminista pubblicato su MicroMega 3/2016 in edicola, su Ipad e in ebook. Qui il sommario del volume